
Oggi parliamo di fiabe.
Ma è solo una scusa per parlare di una persona che, oltre che un amico, è un ottimo illustratore: Fabio Visintin.
È da poco uscita, per i tipi di Mondadori, la sua ultima fatica da illustratore: Le novelle marinaresche di mastro Catrame, di Emilio Salgari.
Ho convinto Fabio a rispondere a qualche mia domanda, confessandogli però che non sono un grande intervistatore. Da par suo mi ha risposto che nemmeno lui è “un “risponditore” sopraffino, ma visto che mi dici che posso spaziare vado a ruota libera come i”veci imbriaghi”…
Perciò non garantisco sul risultato 
Buona lettura!
Partiamo dagli inizi. Come hai iniziato? Venezia, tua città natale (e che non hai mai abbandonato), è luogo ricco di fermenti “artistici”: hai avuto qualche maestro oppure il tuo lavoro nasce da una sfrenata passione per matite e pennelli?
Da che ricordo ho sempre disegnato, sarà perché a casa mia la mamma se la cavava bene a disegnare e mio fratello maggiore (molto maggiore, dieci anni di differenza) che voleva fare il pittore (poi ha fatto lo scenografo e regista) intrigava tutta la casa coi suoi colori tele e quant’altro, e a me sembrava naturale che tutti “spotaciassero” coi colori o facessero cose creative, mi sembrava un grande Luna Park, era divertente. Poi c’era mio zio che durante l’estate , le estati lunghissime di quando si è bambini (è anche vero che si tornava a scuola il primo ottobre!), lavorava come capo magazziniere alla mostra del Cinema e che per il periodo della rassegna veniva a mangiare da noi (allora abitavo al Lido) e ogni volta mi portava pacchi di fogli di carta da ciclostile e penne biro rosse e blu. Con quella scorta tiravo avanti tutto l’anno fino alla Mostra successiva. Poi bisogna anche dire, e non per fare il vecchio rompipalle, ma allora non c’era tanta tv, mezz’oretta al pomeriggio e i cartoni animati erano pochi e non tutti divertenti, perciò il tempo lo passavi a crearti i tuoi racconti, a disegnarti le storie che quando sei piccolo finché le disegni (lo dicono anche psichiatri e psicoterapeuti) le vivi, se poi crescendo “rincoglionisci” come è successo al sottoscritto la cosa continua anche da adulto e alla fine della giostra ti accorgi che hai vissuto più dentro ai fogli che nella vita “reale”. Ma andiamo avanti, viste le premesse era ovvio che finissi per fare il Liceo Artistico a Venezia. Devo dire che l’ho fatto in anni assolutamente incredibili, per molti versi molto duri, clima politico da guerra civile, ma estremamente creativi, credo che la differenza con ora, che sono tempi altrettanto duri sia nel fatto che molto ingenuamente e facendo errori a volte dalle conseguenze tragiche, noi, intendo quelli della mia generazione pensavamo, in maniera un po’ megalomane di poter davvero cambiare tutto: politica, società ed anche “estetica”, insomma l’Arte. Dei dementi!
Però era questa megalomania a darci il coraggio e a farci confrontare con i migliori, facevamo le pulci a tutti, per ridere, non ci si rendeva conto di quello che ti succedeva. Ricordo un fatto che esemplifica quel clima: durante un’occupazione del Liceo venne a trovarci Emilio Vedova, incazzato nero perchè lo volevano sfrattare dallo studio ai magazzini del sale; era un personaggio che sembrava Pippo di Topolino. Ci ha fatti andare in visita a casa sua, e noi tutti lo chiamavamo “Maestro”; appena entrati c’era una ciotola molto grande piena di caramelle “da pochi schei” e lui tirchissimo era attento che non se ne prendesse più di una: la cosa più interessante della visita fu la gara che si scatenò a chi riusciva a prendere più caramelle. Adesso i magazzini dov’era lo studio son diventati una specie di santuario progettato da Renzo Piano e Vedova un “Maestro” zen, ma nel mio ricordo da idiota resta una specie di Pippo incazzato ed esilarante (voleva buttare in acqua il custode che non lo lasciava entrare nel suo ex studio confiscato) a cui abbiamo scroccato delle caramelle “da pochi schei”. Un’altra volta stavamo facendo per una protesta”artistica” (c’era stato il golpe in Cile), dei pannelli con dei Murales, si avvicina un tizio e chiede se può fare qualcosa anche lui: era Sebastian Matta, il pittore (averli adesso quei pannelli!).
Tornando a bomba, mi accorgo davvero che mi sto dilungando come un “vecio dei piccioni”. Insomma finito il Liceo, quello che sapevo è che volevo continuare a disegnare, poichè pittura e scultura mi sembravano professioni troppo incerte e legate alla frequentazione di un ambiente che mi era lontano e mi sembrava vecchio, dove avevo l’impressione che le proprie capacità si dovessero dimostrare in troppi letti, optai per la grafica, l’illustrazione e soprattutto il fumetto (che amavo molto, e dal quale come accade per quasi tutti i grandi amori, mi sento tradito); ingenuo com’ero avevo l’impressione che in queste attività fosse il pubblico a decidere se valevi qualcosa e non tizio o caio a seconda se ti era più o meno amico e vicino. Sbagliavo ovviamente, ma allora ci credevo, poi erano i tempi di riviste innovative che avrebbero cambiato l’immaginario, penso principalmente a Metal Hurlant e a Moebius, una vera bomba quando uscì, nella grafica Milton Glaser e poi c’era sempre il “Dio” Pratt, nume tutelare dei fumettisti veneziani. Morale della favola, cominciai a dedicarmi seriamente alla realizzazione di storie a fumetti (ovviamente nel contempo mi ero iscritto ad architettura anche se mi ero subito accorto che non mi interessava per niente, ma rimandavo il militare e i miei non rompevano). Il primo racconto che ho realizzato si intitolava “Oz” era una storia drammaticissima dove tutti i personaggi avevano sempre la bocca aperta perchè stavano urlando e schizzi di sangue a secchi, disegnata con uno stile che allora credevo si ispirasse a Moebius (rapporto tipo Apicella/Mozart), dieci o dodici tavole a fumetti che mi erano costate lacrime e sangue, ma ero fierissimo del risultato (ogni scarafone è bello a mamma sua!). Tronfio di cotanto risultato, come un passero che spicca il primo volo osai andare lì dove osano le Aquile, alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna. L’epopea della Fiera di Bologna richiederebbe pagine e pagine, degne del miglior Fantozzi, quanto a umiliazioni, illusioni ed incontri, ma sta di fatto che lì incontrai il mio primo editore. Ci sarebbe davvero tantissimo da raccontare su quelli che sono stati i miei inizi, tutto crudelmente comico… ma come in certi film penso sia giusto lasciare il nostro eroe felice per il suo primo contratto, casomai poi nei titoli di coda scorre rapidamente la scritta: “era una truffa”.
Raccontaci un po’ del tuo lavoro.
Attualmente il mio lavoro principale consiste nel cercare di farmi pagare una volta consegnato il lavoro (scherzo, forse).
Attualmente il mio lavoro principale consiste nel cercare di procurarmi un lavoro che poi dovrò cercare di farmi pagare una volta consegnato (scherzo, ancora, forse).
In realtà ho un agente che quando mi sono procurato un lavoro e riesco a farmi pagare, si trattiene la sua quota (scherzo Tommaso, se per caso leggi queste pagine).
Queste mie tre affermazioni ironiche vogliono solo dire che la mia professione in questo momento attraversa un periodo di grande cambiamento, dovuto a molti fattori e che anche chi come me a fatto dell’ecletticità e della capacità di differenziare gli ambiti in cui operare con la propria capacità di disegno il suo punto di forza, sente sempre più forte l’esigenza di trovare nuovi modi di raggiungere un pubblico che altrimenti non riesce a rinnovarsi.
A questo problema pratico, si somma almeno per me (che non so negarmi niente pur di soffrire) una ricerca estetica (cui non fotte niente a nessuno) che mi porta generalmente a raggiungere l’ambito risultato di consegnare quantità industriali di “Perle ai Porci”. Probabilmente sono un po’ troppo severo e pessimista, ma penso che ci sia stato anche in questo campo un grande decadimento, lo si vede, io ricordo com’erano ad esempio i manifesti delle varie manifestazioni ecc. affissi sui muri, ce n’erano di belli, stimolanti, provocatori…ora sembrano tutti uguali, tutti improntati all’estetica del Postal Market. Vogliamo parlare di Piazza San Marco e di quella meravigliosa applicazione sul ponte dei sospiri? Se questo è il gusto delle nostre classi dirigenti, delle committenze per il nostro lavoro? Che futuro ci può essere per chi si occupa d’ immagine? Read the rest of this entry »
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