nov 11, 2008
Diario dell’occhio
Mi è capitato in mano un articolo dell’Unità (6.10.2008). L’avevo messo da parte perché segnalava un libro di Marco Belpolito, Diario dell’Occhio, dello sconosciuto (per me, off course) editore Le Lettere.
“Valutare i libri non solo per come erano scritti – e di cosa parlavano – ma anche da come erano presentati. La copertina, piccola coperta, è la prima cosa che si vede del libro-letto…”
Questa frase è nell’introduzione che lo stesso Belpoliti fa del suo libro, e dove sono raccolte cento recensioni di libri (era il curatore della rubrica Diario dell’occhio su La Talpa libri del Manifesto) fatte partendo dalla copertina. Non è propriamente un libro per addetti ai lavori, anzi: si sviluppa un discorso molto serio sulla letteratura, ma sempre partendo a parlare di tagli, margini, riquadrature, colori.
E per una volta si da il giusto merito (o le giuste critiche) ai poveri grafici, categoria bistrattata e negletta, ma assolutamente fondamentale nell’industria libraria.
Dopotutto siamo noi che diamo forma al libro, che lo rivestiamo, che lo rendiamo più o meno leggibile e piacevole e talvolta ne decretiamo il successo, almeno a prima vista (ma questa è una autocelebrazione, non è mai successo…)
Autore Belpoliti, M.
Titolo Diario dell’occhio
Collana Fuori Formato – 15
ISBN 8860871662
Anno 2008
(quasi dimenticavo: la grafica del libro è a cura di Paola Leonarduzzi, ma credo che l’autore in questo caso abbia messo becco… altrimenti che avrebbe scritto a fare!)
Grazie a questo libro ho conosciuto la casa editrice Le Lettere, e in particolara la sua collana fuori formato.
dal sito dell’editore, a firma della curatrice della collana Andrea Cortellessa:
Non è tempo d’avanguardie. Le quali abbisognano, si sa, d’una certa temperatura della storia: mentre il nostro microclima – specie narrativo – appare precotto e predigerito. Fuoriformato non crede di poter capovolgere questa situazione. Crede però che uno spazio permanga per la scrittura: non formattata, non sagomata secondo stampi precostituiti. Fuoriformato si apre a testi irriducibili a convenzioni di genere, impaginazione, stile.
Per una narrativa che sia sempre un’avventura (e non banalmente d’avventura), una poesia che sia sempre un’esplorazione (dei propri limiti), una saggistica che torni se stessa (cioè assaggio, tentativo, ricerca). Una narrativa che non cerchi sempre e solo il feticcio del romanzo ma sappia valorizzare la migliore tradizione italiana di scritture brevi e non specializzate (Calvino su Manganelli, 1965). Una poesia che non evada da se stessa soltanto verso la prosa ma che magari estremizzi le proprie componenti liriche, sino ad annichilirle. Una saggistica che non sia una macchina per la riproduzione di idee ricevute, ma ambisca a concepirne di nuove. E poi testi per il teatro, per le arti, per la performance in tutte le sue forme.
Strutture mobili, processuali e relazionali, che “vogliano” divenire altre strutture (Pasolini, 1966). Sempre fondate sulla nostra lingua ma che tendano verso i suoi margini: le altre lingue e gli altri media. In fuoriformato non mancherà mai spazio per impaginazioni difformi dalla tradizione, per immagini davvero reagenti con la scrittura, per cd, dvd o altri “oggetti” allegati: «in generale, direi che rendere difficile il lavoro del tipografo è sempre una buona cosa» (Manganelli, 1985).
Una parola è stata pronunciata con imprudenza, ricerca. Ha detto un genio del Novecento che lui non cercava, trovava. Il che però non vale per noi scrittori di secondo grado, accessorî e servili, che facciamo collane e case editrici. Quello che cerchiamo è chi sappia trovare un senso alla nostra ricerca.









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